FEDE E RAGIONE |
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Che il problema della fede e della ragione sia quanto mai attuale è sotto gli occhi di tutti. Il pontefice cattolico nella recente enciclica “Fides et Ratio” lo ha puntualizzato esplicitando un’esigenza che spinge con forza dall’interiorità di gran parte degli uomini. Il
più delle volte quest’esigenza non
si manifesta coscientemente ma lo fa
divenendo causa di quell’incertezza
universale che pervade ogni campo
dell’umano operare e pensare
odierni. Prima di addentrarci
nel confronto analizzeremo e
cercheremo di comprendere cosa siano
queste due entità, fede e ragione, e
in che modo si leghino all’esistenza
umana. Questa attività del pensiero viene da noi impiegata per la conoscenza del mondo e dell’uomo. Questa attività crea pure basi sulle quali poggia anche l’atto volitivo. L’atto conoscitivo spesso inizia prima che il pensiero sia attivo. La prima e più semplice forma di conoscenza del mondo è quella che passa attraverso gli organi di senso. Quando usiamo la vista osserviamo gli oggetti di fronte a noi. Quasi istantaneamente li riconosciamo. Quando vediamo un albero istantaneamente ci diciamo “è un albero”. Spesso pensiamo la parola che indica l’oggetto con la nostra lingua nazionale. A volte invece riconosciamo gli oggetti come in una specie di lingua universale , che non usa le parole usuali. Facciamo un esempio. Quando compiamo rapidamente delle azioni riconosciamo oggetti successivi senza nominarli con i vocaboli pensati della nostra lingua ma corriamo via senza aver compiuto questa operazione; tuttavia li riconosciamo. Vedendoli li riconosciamo senza nominarli. Qualcuno potrebbe obiettare che è semplicemente l’atto di vedere che ci permette di riconoscere le cose. Se riflettiamo non è così. Pensiamo ad esempio di osservare in penombra un oggetto. Può capitare che lo si veda abbastanza bene ma non lo si riconosca subito e solo spremendo il cervello si giunga poi a capire di cosa si tratta. Così pure può capitare di incontrare una persona dopo moltissimi anni e non riconoscerla subito ma solo dopo “averci pensato su”. In sostanza possiamo dire che osservare e riconoscere sono due processi e due momenti diversi e separati e che il pensiero è l’atto che ci fa passare dal primo al secondo. Il pensare cioè riunisce l’aspetto visivo con il concetto dell’essere osservato, col suo nome, con ciò “che è” e che reperiamo attraverso l’attività pensante. Ma la conoscenza umana non si ferma con l’atto della percezione. Dopo una giornata di osservazioni una persona può mettersi tranquilla e dedicarsi a pensare, a meditare. Stranamente senza osservare cose nuove egli purtuttavia aumenta il suo sapere, grazie solo alla propria attività pensante. Cioè dopo aver pensato per un paio d’ore, ma anche mezz’ora o un quarto d’ora possono essere sufficienti, ci si ritrova a sapere qualcosa di più di prima. Potremmo provvisoriamente dire che le nostre conoscenze possono aumentare in due modi: con l’osservazione e con la riflessione del pensiero. Appare anche che la meditazione prende le mosse da cose che già conoscevamo o di cui avevamo notizia. A volte nuovi elementi possono esser tratti da fatti o cose che avevamo osservato in precedenza ma dei quali non ci eravamo resi conto. In taluni casi il pensiero ci serve a portare a coscienza cose viste ma non riconosciute. Un altro fatto interessante è che una conoscenza può giungere attraverso i suoni e la parola. Il suono ci porta notizie di qualche cosa che sta accadendo, del come un’entità del mondo si sta manifestando: il canto di un uccello, il rumore di una lamiera che cade, il gorgoglìo di un ruscello. Allo stesso modo la voce di un essere umano ci può dire se si tratta di un uomo o di una donna, di un bambino o di un adulto, di una persona arrabbiata o tranquilla. In questo caso la voce è paragonabile ai suoni. A differenza dei suoni la voce ha però un’altra capacità che prima non compare negli altri regni del mondo: quella della parola. La parola ha la capacità di trasmettere concetti ed idee che non sono legati al suono della voce ma al suo contenuto. E’ in grado di trasmettere il secondo elemento che abbiamo individuato nel processo di conoscenza che passa attraverso la vista: il concetto dell’oggetto osservato. Mentre gli occhi trasmettono un’immagine e poi il pensiero rivela il concetto, con la voce si trasmette direttamente il concetto. Se diciamo “albero” noi lo pensiamo direttamente senza vederlo. In realtà la voce non ci trasmette veramente il concetto ma ha solo la proprietà di richiamarlo istantaneamente nella nostra coscienza dal nostro mondo interiore. Possiamo anche dire che la parola ci permette di richiamare nella nostra coscienza un concetto di un oggetto, senza che esso sia presente e percepito dai nostri sensi. Passando a considerare ciò che si intende per fede, l’enciclopedia Treccani così si esprime: “Credenza piena e fiduciosa che procede da intima convinzione o si fonda su un’autorità altrui più che su prove positive”. In realtà la seconda parte dell’enunciato ricade anch’essa nella prima. Quando una persona si fonda su un’autorità altrui può farlo per costrizione fisica o psicologica. Può farlo perché teme una punizione fisica o detentiva, ovvero perché teme, prudenzialmente, un castigo futuro, ad esempio l’inferno, o l’emarginazione sociale o perché è plagiato da una persona o da un’istituzione. In realtà in questo caso non siamo di fronte alla fede ma di fronte alla coercizione e alla paura. Se viceversa crediamo ad un’autorità perché pensiamo che questa sia nel giusto allora ricadiamo nel primo caso dell’intima convinzione. Abbiamo cioè fede nell’autorità considerata. Fede che nasce in noi senza alcuna costrizione e che è quindi libera. Pertanto credere in un’autorità configura un caso di fede solo se l’atto è completamente libero. Cerchiamo ora di capire se si possa trovare la fede anche in altri aspetti della vita umana. Ipotizziamo di incontrare un amico che ci intrattiene su un nuovo tipo di computer dalle caratteristiche eccezionali; immaginiamo che ci spieghi dettagliatamente grazie a quali tecnologie sia stato realizzato. Alla fine del colloquio, quando ci salutiamo, siamo molto soddisfatti di sapere queste nuove cose. Grazie all’incontro avuto possiamo dire che la nostra conoscenza è cresciuta. Ma chiediamoci: si tratta veramente di conoscenza? In fondo non abbiamo avuto conoscenza diretta né del computer né del processo produttivo col quale è stato realizzato, in quanto ne parlavamo in strada o nel bar e non all’interno della fabbrica in questione. Il nostro apprendimento si è basato esclusivamente sul racconto di una persona. Abbiamo avuto cioè fede nell’amico ed in ciò che ci raccontava. Si è trattato quindi di un caso di fede. Possiamo anche notare che se l’amico ci avesse raccontato delle bugie le nostre conoscenze non si sarebbero accresciute bensì confuse, e nel complesso diminuite. Le stesse considerazioni valgono anche per i libri e per i giornali. I libri dicono sempre cose vere? E i giornali non sono spesso in contraddizione tra di loro sulla medesime notizie? Non contribuiscono spesso a crearci confusione trasmettendo messaggi che non si sa se siano veri o meno? L’estremo di questi dubbi sarebbe di domandarci: la vista e i sensi ci dicono sempre la verità? sono essi degni di fede? Ma tralasciamo per ora questo punto. Considerando l’argomento religioso possiamo dire che oggetto della fede sono le sacre scritture e la parola della Chiesa. Aver fede nelle scritture non significa solo aver fede nella parola dell’Altissimo, che per definizione non può essere dubitato a meno che non si dubiti dell’Altissimo stesso, bensì aver fede negli uomini che sono stati strumento nello scrivere sulla pergamena quella sacra parola. Aver fede nella parola della Chiesa significa darle atto di capacità di verità. Tuttavia un uomo per poter dire di essere libero di avere una fede, deve avere dei sentimenti o meglio dei motivi che lo spingono in questa direzione, che non siano la coercizione o la paura. Quando ci si pone un problema e si mette in moto la ragione per giungere a delle conclusioni, il nostro pensiero agisce e si basa sulle cognizioni che noi già possediamo. Dobbiamo considerare che l’esistenza di un uomo è ben limitata, nel senso che ognuno di noi può giungere a conoscere per esperienza diretta solo un numero molto limitato di cose e situazioni. Allorché col pensiero cerchiamo soluzioni a qualsiasi problema, lo facciamo adoperando dati ed idee che non abbiamo verificato personalmente ma che spesso abbiamo appreso dai libri e dal racconto di ciò che altri hanno fatto. I nostri dati sono quindi dati di fede. Fede negli sperimentatori, negli autori dei libri, negli editori, negli insegnanti. In sostanza senza che ce ne accorgiamo, gran parte del nostro pensiero e della nostra vita poggia su atti di fede nei nostri simili. Chiamiamo atti di fede “ a priori” quelli che forniscono al pensiero e alla ragione dati e concetti non acquisiti direttamente e che noi adoperiamo poi per l’attività della nostra ragione. Ciò che si verifica in campo religioso è spesso diverso. Molte volte le sacre scritture sono profetiche , cioè ci danno come dato e concetto, cioè come conoscenza, qualcosa che deve ancora accadere o che deve essere ancora verificato. Ci possono venire indicati dei fatti che devono ancora accadere: possiamo in questi casi parlare di profezia vera e propria. Pure ci possono venire indicate delle verità che solo in futuro saranno dimostrate. In questo caso parliamo di dogma. Il dogma in realtà è una forma di profezia che si applica al secondo elemento della conoscenza: al concetto. Esso in sostanza esprime un punto di arrivo del pensiero, il percorso per giungere al quale ci è per ora sconosciuto. Per la profezia esteriore è coinvolto invece il primo elemento dell’atto conoscitivo: il dato. Si deve cioè aspettare per la verifica che una cosa accada, per poterla poi percepire attraverso i sensi come dato oggettivo reale del verificarsi dell’azione profetizzata. Nei confronti della profezia dogmatica invece non abbiamo il verificarsi di eventi ma il realizzarsi di un percorso spirituale del pensiero che porta alla meta dogmatica. Così come dato e concetto sono gli elementi della conoscenza, profezia sensibile e profezia spirituale sono gli aspetti dell’aiuto divino alla comprensione del creato e dell’Altissimo. E’ molto interessante esaminare un altro istituto o categoria costituiti dal “miracolo”. Il dizionario ufficiale della lingua italiana Treccani così si esprime sul miracolo: “ In genere, qualsiasi fatto che susciti meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere e vada oltre le possibilità dell’azione umana. In particolare, per la teologia cattolica, fatto sensibile straordinario, fuori e al di sopra del consueto ordine della natura, operato da Dio direttamente o per l’intermediazione di una creatura”. Può sembrare fuori luogo considerarlo a questo punto delle nostre riflessioni, ma vedremo che non è così. Una prima domanda ci sorge a proposito della definizione appena letta e alla quale non sappiamo dare risposta. La domanda è la seguente: Perché devono accadere fatti sensibili per parlare di miracolo? Ipotizziamo che un giorno compaia un uomo che con la parola o con la musica sia capace di far diventare buoni gli uomini. Non sarebbe un miracolo anche se si tratta “solo” di un mutamento interiore? Lasciamo la domanda aperta e per ora non cerchiamo una risposta. Abbiamo visto che possiamo parlare di miracolo quando si verifica un fatto inspiegabile, che la teologia ascrive ad un intervento soprannaturale. Consideriamo una guarigione inspiegabile. Un paralitico che riprende a camminare o un uomo che guarisce da un tumore giudicato inguaribile. In questi casi pur trattandosi di miracoli accade che l’evidenza dello stesso per la prima guarigione sia immediata, mentre per l’altra potrebbe manifestarsi solo dopo appropriati esami clinici. Quindi pur trattandosi di miracolo la sua evidenza in taluni casi può essere differita. In quelli citati la vita di un uomo cambia completamente. Ciò che ha mostrato il miracolo è comunque un dato oggettivo osservabile direttamente, nell’immediato o differito di qualche tempo come nel secondo caso. Consideriamo Tommaso d’Aquino. Il sommo Tommaso, come alcuni lo chiamano, a differenza di Padre Pio, non ha compiuto miracoli, secondo i canoni fin qui considerati. Ma se consideriamo bene la sua azione, ciò che ha prodotto, la dottrina e la cultura che da lui hanno avuto origine, non possiamo non ammettere che non solo ha influenzato ma ha determinato il corso della vita non di una ma di milioni di persone nei secoli. Ed in parte lo fa ancora oggi. La sua dottrina, dottrina della Chiesa cattolica, ha influenzato le case regnanti, i suoi uomini e ciò che maturava dai loro governi. Ha determinato costumi, nascite, morti, guerre, giudizi e tutto quanto accade sotto giurisdizione religiosa e civile. Non è forse un miracolo che dei tomi abbiano potuto mutare la vita del mondo occidentale? Cos’è in fondo aver salvato un uomo da una malattia di fronte a quanto appena considerato se non un piccolo soffio di brezza nei confronti di un ciclone che tutto travolge? Se consideriamo il processo conoscitivo costituito da percezione e pensiero possiamo affermare che anche per i miracoli le cose vanno così. Vi sono i miracoli che si presentano come dati osservabili della realtà materiale e vi sono dei miracoli riconoscibili solo spiritualmente, quale è la dottrina di Tommaso. Essa ha la sua manifestazione immediata nella regione dello spirito ove l’uomo meditativo la può trovare ed osservare spiritualmente, ovvero conoscere. Lì può essere riconosciuta direttamente come miracolo. Naturalmente negli anni e nei secoli il miracolo dello spirito si cala nella realtà sensibile tramite il pensiero e l’azione degli uomini che ne partecipano, che attuano una comunione con quello spirito e con le sue espressioni. Possiamo dire che la sua azione in questi casi è di molto differità. Se dunque il miracolo sensibile indica che nascosto vi è lo spirito che agisce dietro la materia, il miracolo dello spirito si mostra subito come tale nella sua vera entità, nel suo vero essere, a chi si sforza di raggiungerlo. Consideriamo fede e ragione, miracolo sensibile e miracolo dello spirito. Possiamo notare come fede e miracolo sensibile siamo da sempre il nutrimento di coloro che nella vita non hanno avuto la fortuna di educarsi all’uso approfondito della ragione. L’uso di quest’ultima invece, per chi è stato fortunato di accostarvisi, rende possibile la conoscenza e la percezione del miracolo dello spirito. Possiamo dire che fede e ragione sono due aspetti dell’espressione divina. Se un tempo l’uso della ragione in senso ampio era riservata a pochi, oggi non è così. Oggi la maturità degli individui e il buon grado di istruzione, nonché l’evoluzione delle individualità, fanno sì che questo mezzo di comunicazione divina che è la ragione sia alla portata di sempre più persone. Si può intendere che la fede sia uno strumento un po’ rozzo e iniziale offerto all’uomo per accostarsi allo spirito ma che progressivamente stia lasciando il posto alla ragione che , quando ben dominata, è in grado di portarci direttamente alla fonte dello Spirito. Se poi consideriamo le entità attraverso le quali il miracolo, cioè l’azione divina, si manifesta allora possiamo aggiungere altre considerazioni. Molto spesso l’azione miracolosa, una guarigione ad esempio, si manifesta apparentemente per l’azione di un intermediario, che non è fattore ma appunto intermediario. In questi casi quasi sempre l’essere che è coinvolto è attore inconsapevole di ciò che accade. Egli cioè può essere artefice di sentimenti d’amore o compassione ma in realtà “ non sa ” come le forze divine agiscano nel realizzare il miracolo. Perché la Divinità usa pur sempre delle forze, come può essere ad esempio la forza d’amore. Possiamo avere cioè il caso che anche una persona povera di mente e senza qualità in casi speciali diventi veicolo di miracolo. Diverso è il caso del miracolo della spirito. Lì è richiesta per necessità del suo proprio essere la comunione dello spirito del pensatore con lo Spirito divino, o Santo, come viene anche chiamato. Lì nulla accade se non vi è la partecipazione totale, lo sforzo e la fatica di colui che pensa. Mentre l’ispirazione profetica scende dall’alto, a volte senza sforzo per l’uomo strumento, il pensiero invece va ricercato e suscitato con uno sforzo dal basso da parte dell’uomo. Mentre della prima non c’è certezza, se non quella di fede, fino al verificarsi degli eventi desiderati, per il secondo la certezza deriva solamente e sufficientemente dall’essersi accomunati a quei pensieri: tanto è sufficiente. Il pensiero, se è esposto in modo chiaro, non ha bisogno di altro per mostrarsi e confermarsi nella sua pienezza. Purtuttavia bisogna ammettere che spesso la ragione è fallace. Ma non lo è per sua natura, bensì per l’uso non rigoroso che spesso noi uomini ne facciamo. Spesso cioè per timore della verità non conduciamo i nostri ragionamenti col necessario rigore ma introduciamo elementi della nostra esperienza quotidiana che possono essere fuori luogo nella posizione che diamo loro nel nostro ragionamento. Se riuscissimo ad evitare questi inquinamenti che derivano dalla nostra vita e dai nostri sentimenti personali potremmo allora dire di aver imparato a disporre di un pensiero puro, in comunione con lo spirito della divinità. Riconsiderando gli attori dei miracoli dobbiamo ammettere che la vicinanza allo Spirito divino è garantita solo per gli uomini dei miracoli spirituali. Senza voler polemizzare dobbiamo anche ammettere che il miracolo, inteso come fatto straordinario, può essere causato anche da forze demoniache con vari gradi di malignità, da una malignità quasi nulla ad una estrema. E non sono forse i raptus delle persone che oggi uccidono a sangue freddo e senza motivo miracoli del male? E non è spesso il male mischiato al bene in modo tale che a volte ci è difficile riconoscerlo? Come ci sono le guarigioni miracolose chi ci dice che non ci siano anche le malattie miracolose e che siamo noi che non le riconosciamo? Non potrebbero essere le stesse azioni malvagie degli uomini a provocare malattie, come l’amore può in certi casi guarirle? C’è da chiedersi anche se lo star bene sia il vero bene. In fondo anche la droga fa star bene e solo in tempi lunghi dimostra la sua disastrosità. Concludendo torniamo a Tommaso d’Aquino. Pensiamo all’ultimo periodo della sua vita passata in assoluto silenzio. Egli da un giorno all’altro smise di elaborare e di scrivere. Cosa possiamo pensare? Possiamo pensare che tutto quel suo applicarsi lo abbia portato all’illuminazione, alla conoscenza superiore. Possiamo pensare che sia giunto alla fonte della conoscenza, a quel mondo delle idee di Platone, ove risiedono gli archetipi di ogni cosa, cioè tutte le idee che sono a fondamento delle cose. Le idee create dall’Altissimo per formare il mondo. Noi uomini quando creiamo una cosa, prima la dobbiamo pensare. Il pensiero si presenta come atto preliminare della creazione. Quindi atto di pensiero e poi atto di volontà nella realizzazione. Così Tommaso, essendo giunto alla fonte delle idee, deve essersi guardato indietro e deve aver osservato la sua opera e la sua vita. Il rendersi conto che quanto egli aveva dettato non era il sapere ma solo il sapere “per il suo tempo”, l’aver considerato la limitatezza della sua opera, cui tuttavia aveva dedicato la vita, nei confronti del sapere completo universale non poté che renderlo muto e sgomento, ma nello stesso tempo estasiato per la conoscenza ricevuta. Così pure dovette essere estasiato nel percepire questa mirabile sinfonia dell’evoluzione del mondo che iniziando con poche note, piano piano dispensa all’uomo armonie sempre più complesse per giungere alla fine alla completezza della composizione che tutta esprime la trama di quell’opera d’arte in formazione, cui anche l’uomo concorre, che è l’universo vivente.
Delfin Manuelis |