Considerazioni sulla Democrazia |
|||
|
L’idea che le leggi che governano lo
svolgersi della vita di un popolo possano essere
formate grazie al contributo intellettuale del popolo
stesso può essere fatta risalire all’antica civiltà
greca, diciamo tre-cinque secoli prima della nostra
era. In quel contesto le nazioni erano in realtà
delle città stato abbraccianti un territorio limitato,
come accade oggi per le province o le regioni. L’idea
di un governo condiviso nei secoli subì varie
trasformazioni e si espresse nelle più varie forme e
nelle successive estensioni del diritto di voto a
categorie di cittadini gradualmente più vaste; per
eclissarsi in alcuni periodi e ricomparire in altri. La rivoluzione francese fu evento importante
che contribuì soprattutto alla diffusione dell’idea
democratica in Europa e nel mondo. Oggi molte nazioni
prevedono che le istituzioni siano determinate dal
voto personale del singolo cittadino, il quale abbia
tale requisito di cittadino. Da un semplice confronto esteso nel tempo
possiamo notare come la base elettorale, ad esempio
dell’antica Atene, potesse essere forse di un milione
di persone, considerato che Atene era costituita da
centocinquantamila abitanti e centomila schiavi. Una
delle nostre nazioni in occidente oggi ne può avere
alcune decine di milioni ed estendersi
territorialmente per decine di volte di più rispetto a
quella. Questo significa che nel caso di Atene un
cittadino poteva conoscere direttamente il designato
alla carica pubblica , o per lo meno poteva averne una
conoscenza mediata da conoscenti a loro volta più
informati e vicino al candidato. Inoltre la conoscenza
veniva soprattutto dalla vita del candidato e meno
dalla propaganda. In una nazione grande come le nostre
di oggi la conoscenza del candidato spesso non può
essere attendibile non perché non lo si abbia mai
visto in televisione, bensì perché vi sono delle
interferenze nella diffusione delle notizie che ne
alterano la veridicità. Per andare a fondo in questi problemi
dovremmo chiederci quale sia la vera sostanza della
democrazia, così come la intendiamo oggi, al dilà
della correttezza nell’uso di questo termine per
definirla. Possiamo dire che ogni uomo vorrebbe che le
cose fossero amministrate così come egli crede sia da
fare. Naturalmente gli uomini sono tanti ed ognuno di
essi per poco o per molto si differenzia dagli altri
per le proprie idee. Vivendo in comunità ogni individuo capisce col tempo di dover accondiscendere di un certo grado alle idee dei suoi vicini, ed anche lo fa. Questo fino ad un certo punto però, oltre il quale sorge il conflitto o una rinuncia a condividere i momenti di vita. Questa è la vita personale, tuttavia quando ci spostiamo su una scala più grande, quella dei popoli, anche qui avviene la medesima cosa con la differenza che qui le diversità sono ancora maggiori. A questo punto, come diceva Platone, nasce la tirannide a causa della democrazia. Se ad esempio i due terzi di una nazione vogliono andare in guerra, allora anche il terzo rimanente è costretto a farlo, contro la propria volontà. Viene costretto a comportamenti che non solo non gli piacciono ma che violano i valori ideali ed umani sui quali questi ultimi, dell’altro terzo, avevano fondato la propria vita e le proprie decisioni. Si configura così la “dittatura” della
maggioranza e la “schiavitù”, la “sottomissione”
della minoranza. In tale caso, ma anche in molti altri, vi è un’unica soluzione: la divisione di quei popoli. Si capisce così come la democrazia in realtà non possa essere altro che lo strumento per delimitare l’individualità di un singolo popolo. Daniele Marcolina |