L'Atteggiamento delle Stato

La Costituzione - l'Etica










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FILOSOFIA POLITICA

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Ci domandiamo: Vi sono aspetti normativi ed etici importanti ignorati dal legislatore e dall’esecutivo?

La nostra vita é regolata da due ordini di imperativi: dalle leggi esteriori e dalla legge morale entro di noi che si esprime nell’etica della società in cui viviamo. Di entrambi i comandamenti, gli esterni e gli interiori, possiamo dire che li consideriamo a volte essere giusti, a volte meno giusti. Questa variabilità si presenta perché spesso essi sono inquinati dall’egoismo di chi li ha scritti per gli esteriori, o di chi li ha generati al proprio interno per gli interiori.


Per sopperire al pericolo dell’inquinamento egoistico delle leggi vennero ideate le “costituzioni” degli stati. Nel costituire queste guide scritte per le nazioni i formatori delle leggi costituzionali di solito si tengono lontani dal considerare le azioni pratiche, le quali portano nella materialità della vita ed espongono al pericolo dell’egoismo: si occupano invece di raggiungere le sorgenti ideali, spirituali che costituiscono la base su cui poi nasceranno le leggi pratiche.


In questi tre anni abbiamo visto purtroppo che questi due piani, legislativi ed etici, in realtà si sono confusi e mescolati tra di loro, neutralizzando le protezioni infuse dai legislatori nelle leggi costitutive.


Se esaminiamo alcune norme, di non secondaria importanza, possiamo rilevare come fin dai primi momenti applicativi della Costituzione queste protezioni furono travisate. Non sappiamo se con intenzione o per una interpretazione priva di logica del significato del lessico italiano. Ci riferiamo all’articolo 53 che recita : “
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva“. Ci soffermiamo sull’espressione “capacità contributiva”.


Per “
capacità ” intendiamo l’essere in grado di compiere un’azione. La capacità può anche essere declinata quantitativamente: può essere grande, media, piccola o nulla; può esprimersi in innumerevoli gradazioni. “contributiva” è aggettivo e significa che è orientata alla contribuzione, cioè a concorrere al tributo; si intende al fine di sostenere le attività per il funzionamento dell’apparato statale.


Se vogliamo procedere col ragionamento in modo “spregiudicato”, vale a dire senza pregiudizi, dobbiamo affermare che la massima capacità contributiva di un individuo in un dato momento corrisponde alla quantità di moneta in suo possesso. Parliamo di moneta in quanto il patrimonio non monetario ha sì un valore, ma non è immediatamente fruibile, ed il suo valore è comunque aleatorio, soggetto cioè a fattori mutevoli. La minima capacità contributiva corrisponde invece ad un nullo possesso di denaro. Dal più semplice, immediato e non dotto esame semantico dell’espressione di cui sopra, “capacità contributiva” attuale, risulta evidente come essa dipenda dalla quantità di denaro in possesso di una persona al momento considerato e non da altro.


Volgendoci verso il lato etico degli aspetti della vita comune si impone ed emerge un’altra riflessione che così interroga: è etico che il denaro produca altro denaro? Vale a dire è moralmente accettabile che il possesso di denaro di per sé stesso faccia procurare altro denaro? Vale anche a dire: è etico e lecito moralmente l’interesse attivo sul capitale monetario posseduto ?

Qui ci vorrebbe venire in aiuto l’articolo 1 della Costituzione che proclama la Repubblica “fondata sul lavoro”. Da esso scaturisce la grande contraddizione. Nella legislazione pratica tra lavoro e denaro posseduto viene penalizzato il lavoro: lo possiamo dire in quanto le tasse vengono imposte sul lavoro e non sul denaro posseduto; e questo avviene da oltre settantacinque anni.


È leale riconoscere che le costituzioni, ad esempio quella italiana, vengono votate poi dal popolo. Nel nostro caso la formulazione di principio riguardo l’argomento trattato è stato accettato dal popolo. Ma se facciamo un’indagine semantica del testo costituzionale in oggetto, cioè del significato delle parole, non possiamo che rilevarne la sua completa inapplicazione, secondo la lettura oggettiva appena effettuata; stante che il principio fondante la Costituzione, il lavoro, come abbiamo appena visto, viene incontrovertibilmente penalizzato

Accettando quanto è stato fatto dall’inizio della Repubblica fino ad ora possiamo tuttavia pensare di poter rifondare il patto di convivenza fra gli uomini secondo criteri moralmente più elevati, ma comunque già espressi nei due articoli citati della Costituzione.


A seguito di un siffatto nuovo patto di convivenza ne deriveranno interessanti conseguenze. Guardando al lato pratico si potrà osservare ad esempio che non servirà più fare la dichiarazione dei redditi, perché il reddito sarà ininfluente ai fini della tassazione. Le ditte non pagheranno tasse sul reddito, il cuneo fiscale potrà essere diviso tra dipendenti ed aziende. Nel giro di una generazione non si potrà più vivere di rendita e i fannulloni dovranno andare a lavorare.


Specifichiamo anche che non stiamo proponendo una forma mimetica di comunismo. Anzi, il venir meno di una parte del controllo centrale, a volte arbitrario, sulle ditte favorirà le libertà d’impresa mentre sarà di contenimento per il potere delle banche. Per chi non lo sapesse, nel generale aumento dei prezzi e nelle difficoltà delle famiglie in quest’ultimo anno, le banche avranno un incremento del guadagno complessivo stimato di diciotto miliardi di euro rispetto all’anno precedente, passando da venticinque a quarantatré miliardi di guadagno; un fatto colmo di immoralità.


Quanto esposto fin’ora naturalmente non può essere che solo un esame parziale delle cose e costituisce una proposta altrettanto parziale che abbisogna di essere accompagnata ed inserita quale parte di una visione più estesa, che in questo canale stiamo cercando di sviluppare col miglior buon senso possibile.


Daniele Marcolina