24 dic 1998: "Friuli vuoi restare te stesso ?"
- di Delfìn Manuelis -
Il Friuli è scosso dal sangue di tre dei suoi ragazzi versato sui
marciapiedi della sua città. Non lo sono solamente coloro che da curiosi sono
passati in viale Ungheria "a vedere", ma lo sono anche le genti dei
paesi. Non è una questione della città. È un colpo al Friuli intero. Non è
un dolore di forma che trova espressioni demagogiche ma è uno sgomento interno
che trova espressione nei nostri soliti silenzi. Eppure ciò che così
violentemente ci è apparso di fronte agli occhi non è che il simbolo di un
dramma che da tempo sta consumando la nostra piccola patria. È il sigillo
vermiglio della vitalità ferita del nostro piccolo popolo.
Siamo stati sempre terreno di conquista da
parte di popoli più potenti. Siamo nati dalla confluenza di popoli ingannati ed
in fuga. I nostri avi si fusero e furono fecondati dall’unione col popolo
sceso dal lago Balaton e con i terapeuti che venivano da Alessandria. Da essi
abbiamo preso la nobiltà morale, il senso del nostro vivere, il senso di una
patria perduta che spinge a difendere quella che faticosamente ci siamo
ricostruita più volte nei secoli.
Si fusero ad Aquileia, ove per breve tempo
risplendette più che una civiltà un modo di vivere civile.
La nostra tenacia nel lavoro ci fece
universalmente conoscere. Colonizzammo, silenti, il mondo: per poter
sopravvivere e per far sopravvivere la nostra terra. Orde di nemici in ogni
tempo hanno segnato col rosso il loro passaggio. Nel silenzio abbiamo sempre
rialzato la testa, senza baldanza, senza superbia. Abbiamo sempre osservato l’agire
del padrone di turno. Abbiamo aspettato finché fosse passato.
Ma oggi, oggi è diverso.
Oggi il nemico non è più visibile come un
tempo. Spesso non si sa di dove venga e quando sia passato. Spesso non lo si
riconosce affatto.
Così è stato che i miti d’oggi, denaro e potere, hanno
trovato i suoi vati perfino in Friuli. È così che il piccolo popolo sta
perdendo la sua identità culturale, fatta di quei principi solidi che l'hanno
condotto attraverso i secoli. Improvvisamente scopriamo al nostro interno uomini
nati in Friuli ma solamente camuffati da Friulani.
Scopriamo di non avere più il nostro
giornale, di non avere più le nostre banche e chissà quant’altro ancora.
Noi gente semplice e lavoratrice non
sapevamo che il profitto ci potesse far dimenticare le nostre origini. Pensavamo
che la gestione casalinga delle nostre cose fosse così connaturata nelle nostre
genti da non dover stare con le orecchie ritte a parare i colpi imprevisti.
Pensavamo che aver portato la nostra lingua friulana nel mondo fosse il tributo
dovuto alla sacralità della terra d’origine.
Ma mentre noi, o meglio loro, si spezzavano
la schiena con nel cuore la loro terra, altri pensavano solo al
profitto. Quegli emigranti lo
sapevano che in Italia e nel mondo era così, ma pensavano che non lo fosse in
Friuli.
Così ancora terra di conquista, di quella
moderna guerra che è chiamata economia.
Caro Friuli se non te ne
eri accorta quel colore vermiglio sui marciapiedi te l’ha voluto fortemente
mostrare. Cosa intendi fare? Cosa intendi rispondere all’urlo che si leva dal
profondo del tuo cuore? Ti farai smembrare lasciandoti togliere il calore vitale
del tuo sangue, sommessamente, giorno dopo giorno?
Vuoi veramente ancora restare te stesso? Non
ti vuoi interrogare su cosa prepari per i tuoi figli?