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dal Corriere della Sera del 27 sett 1999 

rubrica:  Pubblico & Privato

Le imprese planetarie, così lontane dalle nostre città

Di Francesco ALBERONI

Ogni giorno nei telegiornali, sentiamo parlare con entusiasmo di fusioni, di scalate , di Opa, per migliaia di miliardi. Ne ricaviamo l’idea di un capitalismo esplosivo, trionfante, che si espande con la mondializzazione, creando imprese gigantesche, ricchezze smisurate.

Gli effetti di queste trasformazioni sono però diversi quando li sperimentiamo da vicino. Mi viene in mente la mia vecchia banca, piccola, efficiente, dove mi conoscevano personalmente, dove mi risolvevano ogni sorta di problemi. E’ stata acquistata da un’altra, e questa da un’altra ancora. Chissà chi comanda ora? Tutti i vecchi funzionari sono stati allontanati e i nuovi sembrano dei robot. Non riesco più a parlare con nessuno.

Quando chi compera è una multinazionale, al posto degli imprenditori che dovevano prendere decisioni di ogni tipo, subentrano funzionari che eseguono decisioni prese altrove, talvolta a migliaia di chilometri di distanza.

L’altro giorno ho incontrato il presidente italiano di uno di questi colossi. E’ un uomo capace che guadagna molto e manovra cifre da capogiro. Però, discutendo con lui, mi sono reso conto che tutte le strategie, tutte le priorità, tutti i programmi dei prossimi anni sono già stati decisi alla sede centrale. Non è libero di fare niente, neanche una mostra di pittura.

Nel mondo delle multinazionali e delle imprese con un mercato planetario, il potere si concentra dove queste hanno il loro quartier generale, dove hanno i loro più importanti entri di ricerca, le loro fiere. Il resto del mondo diventa una immensa periferia a cui vengono imposte le stesse procedure standardizzate, gli stessi prodotti, la stessa pubblicità. Dove tutto viene reso uniforme, livellato.

Di conseguenza, a poco a poco, la vita delle nostre città si trasforma, cambia natura. Prima c’erano numerose imprese di media dimensione, ciascuna con i suoi creatori, i suoi consulenti, i suoi laboratori di ricerche, i suoi negozi, i suoi venditori, i suoi clienti fidati. Il proprietario e i managers costituivano la classe dirigente della città, insieme ai professionisti, ai magistrati, ai politici.

Tutte queste persone erano legate affettivamente al territorio in cui operavano, volevano renderlo più bello, volevano essere ricordate. Costruivano sedi imponenti per la loro impresa, palazzi lussuosi per sé. Davano contributi alle chiese, al teatro locale, al museo, all’università, ai centri culturali, alle scuole. Costruivano monumenti. Le nostre città sono fiorite in questo modo.

Oggi al posto di queste imprese radicate nel territorio, ci sono le filiali dei giganti planetari. Dirette da funzionari che si sentono a casa propria tanto a Seattle come in Malaysia. E questo vale anche per le imprese italiane che operano a livello mondiale. Impenditori e dirigenti non formano più una borghesia cittadina. Non hanno più interesse per la città, non si sentono più impegnati a valorizzare la bellezza, la cultura.

Le antiche imprese crescevano partendo dal basso, dall’esperienza vissuta, dai bisogni dell’uomo, dalle invenzioni locali. Si arricchivano del sapere del Paese, della sua arte, del suo artigianato. Le nuove non ne hanno più bisogno. Si informano attraverso i propri uffici studi, i canali informatici. La gente del luogo non deve creare niente. Non deve nemmeno pensare.

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